Sebbene iniziata dallo scorso mese di marzo, la battaglia tra il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi e l'ANCI, associazione dei comini, continua.  Il ministro dei Trasporti aveva detto, rispetto a coloro che sforano sulle strisce blu, che non ci deve essere multa. Dunque, nessun verbale di 25 o 41 euro. I comuni ritengono invece legittima la contravvenzione che interpretano così l'articolo 7 del Codice della Strada. Viene  dunque da chiedersi quanto debba pagare, almeno secondo il ministro, coloro che sforano sulle famose strisce. Il tutto alla luce del fatto che i comuni continuano a multare, mentre il ministro insiste nel dire che tali multe sono illegittime. 

Secondo Lupi la regolamentazione della sosta è materia di competenza comunale, ma i Comuni possono irrogare penali o sanzioni pecuniarie nei confronti di chi sosta oltre il termine per cui ha pagato solo ad una condizione. Il Comune deve infatti emanare una specifica delibera. Inoltre la penale dev’essere congrua e commisurata. Si apre qui un altro fronte, ovvero quando e se i Comuni ammetteranno l'illegittimità della multa, si potrà aprire un altro fronte, quello dell'entità della penale. Essa è dovuta per il fatto che il Comune spende soldi per la notificazione della sanzione all'automobilista. 

 
La commissione Trasporti della Camera ha approvato una risoluzione nella quale si chiede al ministero dei Trasporti di emanare una circolare per stabilire che chi sfora sulle strisce blu deve solo pagare l'integrazione ed un'eventuale penale stabilita dal Comune. Tuttavia, la situazione fa pensare che una vera e propria soluzione si avrà solo con una riscrittura del Codice della Strada, pieno di cavilli intricati e in quanto tale soggetto a tante interpretazioni. Facile intuire che i Comuni interpretano sempre a proprio favore.
 
Secondo quanto riferisce il Codice della strada al di fuori di quelli che sono i casi più gravi di incidenti stradali, la pena detentiva e pecuniaria per coloro che guidano in stato di ebbrezza può essere sostituita con un lavoro di pubblica utilità. Parliamo di un'attività non retribuita a favore della collettività che si deve svolgere, in via prioritaria, nel campo della sicurezza e dell'educazione stradale presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni o enti o organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, nonché presso i centri specializzati di lotta alle dipendenze. La durata del lavoro di pubblica utilità corrisponde a quella della sanzione detentiva irrogata e della conversione della pena pecuniaria, facendo equivalere 250 euro ad un giorno di lavoro di pubblica utilità. 
 
Quando il lavoro viene svolto in maniera positiva, il giudice fissa una nuova udienza per dichiarare estinto il reato e dispone la riduzione alla metà della sanzione della sospensione della patente, revocando anche la confisca del veicolo sequestrato. Qualora ci sia la violazione degli obblighi connessi allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, il giudice dispone la revoca della pena sostitutiva con il ripristino di quella sostituita e della sospensione della patente e della confisca. Tuttavia, ora è intervenuta la Cassazione che stabilisce che l'automobilista debba dire addio a quelli che sono i lavori di pubblica utilità se il soggetto in questione non ha smesso di bere. 
 
Spetta alla discrezionalità del giudice negare la sostituzione della pena al reo che non mostra la volontà di liberarsi dall'alcool-dipendenza, secondo quanto stabilito dalla sentenza 16056 del 19 novembre 2013, pubblicata l’11 aprile 2014. La Suprema Corte ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista contro la decisione della Corte d’appello di Firenze, la quale lo aveva ritenuto colpevole della contravvenzione poiché aveva guidato in stato di ebbrezza.
 
 
La Corte di Firenze ha dichiarato dunque inammissibili i lavori di pubblica utilità per il soggetto in questione (con placet della Cassazione dunque) e il guidatore deve anche pagare 1.000 euro di spese legali.

Le nuove norme sul Codice della Strada, previste dalla Legge 120 del 2010 (ART.25) non sono mai entrate in vigore. Tali norme prevedevano la devoluzione di metà dei proventi delle multe per eccesso di velocità agli enti proprietari delle strade (quando l’autovelox è situato su strade gestite da Province, Regioni, Stato). Tuttavia, affinché tale regola diventasse effettivamente operativa, occorreva un decreto interministeriale attuativo, che mai c'è stato. Tuttavia, ora, questa lacuna normativa deve essere esaminata dalla Conferenza Stato-Città e autonomie locali, in modo da poter procedere a rendere operativa la Legge tramite il decreto. Quando il decreto verrà approvato, il 50% degli introiti delle multe per eccesso di velocità finirà nelle casse dei proprietari delle strade (Province, Regioni, Stato) dove sono installate le macchinette.

Inoltre, i Comuni avranno l'obbligo di rendicontare le entrate, entro il 31 maggio dell'anno successivo a quello cui si riferisce il rendiconto. La comunicazione avverrà in via telematica, tramite un determinato portale. Per gli apparecchi utilizzati in modalità automatica sarà sempre necessaria una verifica metrologica almeno ogni anno ed, inoltre, sopra ogni macchinetta dovrà esserci il cartello di preavviso con una colorazione diversa, come prevede il Codice della Strada. 

 
Per quanto riguarda il Tutor, che rileva la velocità media in un tratto di autostrada, occorre un semplice calcolo matematico. Basterà tener conto delll'orario del passaggio del veicolo sotto un primo portale e poi un sotto un secondo portale, distanti fra loro 15-20 chilometri. Il decreto prevede che sarà possibile fare ricordo al Giudice di pace o al Prefetto per opporsi contro le multe date dal Tutor. Sarà competente quello della zona del secondo portale. 
 

Sebbene ci sia stato il cambio al vertice della presidenza del Consiglio, la riforma del codice della Strada va avanti. E così Maurizio Lupi, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ed Erasmo D'Angelis, sottosegretario con particolare delega alla riforma del CdS, procedono su questo fronte. Lupi ha dichiarato più volte che "o l’Italia cambia o l’Italia muore" e che tutti debbono fare la propria parte.  All'incontro con i vertici di UNASCA, l’associazione maggiormente rappresentativa degli studi di consulenza automobilistica e delle autoscuole, Lupi ha parlato anche della riforma della patente. Emilio Patella, Segretario Nazionale Unasca Autoscuole, gli ha presentato alcune proposte. 

 
Secondo Pantella la formazione dev'essere allargata e ha così dichiarato: 
 
"Oggi ci sono solo sei ore di guida obbligatorie e non tutte sono verificabili. Il modello da considerare è quello delle patenti professionali, delle guide certificate, della formazione post patente, degli aggiornamenti nel tempo per tutti gli automobilisti e dei corsi a parte per gli anziani. Oggi poi la criticità è sulle due ruote, lì va fatta una particolare formazione preventiva".
 
Patella ha anche fatto delle proposte relative alla riduzione dei costi, come quelli concernenti la ripetizione dell'esame teorico o del certificato medico qualora si venga bocciati all'esame pratico.  Il ministro Lupi ha invece dichiarato, di parte sua: 
 
"La formazione è il punto centrale della legge delega per la riforma del codice strada, perchéfare formazione è fare prevenzione. Io faccio sempre questo esempio: le multe non sono un modo per arricchire i bilanci dei Comuni, ma sono uno strumento educativo per chi non rispetta quelle regole. E l’obiettivo di un Comune non è avere 100 multe ma averne nessuna, così si è centrato l’obiettivo. Quindi il tema della formazione sarà al centro del nuovo codice della strada insieme a quello della semplificazione. Quello che è stato fatto finora di semplificazione è andato a stratificarsi al vecchio, quindi il sistema è diventato ancora più complesso".
 
Come asserito dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo Codice della Strada includerà la figura del reato di omicidio stradale. Renzi già si era espresso a favore di pene più severe per coloro che guidano in maniera alterata causando incidenti stradali, spesso mortali. L'articolo 589 del Codice penale, collegato al Codice della strada, parla di omicidio colposo, per il quale le pene vanno da 2 a 10 anni di carcere per chi causa gravi incidenti in stato alterato da droghe o alcol.
 
All'incirca come il furto pluriaggravato o il borseggio in autobus. Occorre dunque una maggiore proporzionalità della pena, visto che le sanzioni effettive decise dai giudici per coloro che uccidono sono intorno ai 2 anni. In molti vedono la soluzione nell'introduzione del reato di omicidio stradale, che si avvicina a quello colposo ma prevederebbe, in caso di sua introduzione, una pena da 8 a 18 anni per coloro che causano gravi incidenti in stato alterato da droghe e alcool, con l'arresto in flagranza di reato e il ritiro della patente definitivo. Per introdurre l'omicidio stradale, diversi sono i disegni di legge in ballo. Il primo ministro parla di un vuoto del nostro codice che dev'essere colmato. Il premier ha aggiunto che, per combattere la violenza stradale occorre poi lavorare su più fronti, che interagiscano tra di loro. Come dice Renzi:
 
"Gli inglesi usano il termine 3E per indicare le cose da fare: Enforcement, Education, Engineering. La violenza stradale non è frutto del destino. Nella stragrande maggioranza dei casi, è determinata da un comportamento sbagliato alla guida. Chi si mette alla guida in condizioni fisiche alterate deve essere consapevole, e in questo caso occorre responsabilizzare, che rappresenta un pericolo per gli altri e per se stesso”.
 
 
 
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